Creatività Artistica

 

Negli anni'70 Goodman e Gardner si occuparono del linguaggio dei simboli, fondando il"Progetto Zero"(così denominato, perchè si sapeva ben poco sull'argomento). Indagarono "la natura della conoscenza artistica" partendo dal presupposto che l'Arte fosse "un carattere distintivo della conoscenza umana" ed anche un'attività cognitiva. Se in fondo riflettiamo su questa loro definizione non possiamo non essere d'accordo: ogni tentativo di espressione artistica è infatti un tentativo di rappresentazione del mondo. In fondo l'arte esiste da quando esiste l'uomo, di conseguenza deve essere considerato un bisogno connaturato all'essere umano. E' plausibile che questo bisogno di rappresentazione del mondo che è l'arte scaturisca dal bisogno dell'uomo di trascendere la propria finitezza, come ha sottilineato nel 2005 in un suo libro(GLI IMMORTALI) il critico d'arte Vittorio Sgarbi.


L'originalità del progetto di Goodman e di Gardner è stata quella di riconoscere l'arte come sinonimo di conoscenza umana, mentre invece nell'ambito del'900 la stessa filosofia estetica ha spesso relegato l'attività artista nell'ambito delle categorie bello/brutto , buono/cattivo, edificante/non edificante. Ritornando al progetto di Goodman e Garner bisogna dire che i due studiosi successivamente individuarono quattro forme d'uso dei simboli.

1) Espressione di stati d'animo

2) Attenzione ai piccoli dettagli

3) Disposizione degli elementi(composizione)

4) Comunicazione di significati multipli(ambiguità)

Ora però dovremmo approfondire i percorsi creativi che conducono all'arte. N. L. Munn in "Psichology: the fundamentals of human adjustament" scrive: "l'analisi del pensiero creativo da parte dei pensatori stessi che di altri ha portato alla conclusione che sono più o meno chiaramente evidenti quattro stadi, ossia: " 1) preparazione o raccolta di informazione inerente all'argomento e tentativo di elaborarla 2) incubazione, o periodo di relativa inattività, forse con ricorrenza di idee sul problema, ma senza progressi evidenti 3) ispirazione o folgorazione.....4) verifica o revisione....".

Per K. Popper l'atto creativo è determinato da una interazione o interscambio tra Mondo 2, che comprende gli stati di coscienza(la conoscenza soggettiva, i pensieri, le intuizioni, l'immaginazione) e Mondo 3, cioè il patrimonio culturale acquisito(i substrati filosofici, storici, artisitici, che sono stati interiorizzati dall'artista). E' pacifico ritenere che anche lo scrittore o il poeta per essere tale debba possedere una sorta di interfaccia tra questi due mondi di Popper. E' da questo processo continuo di filtrazione che scaturiscono le sintesi delle conoscenze culturali, l'autonomia di pensiero, il senso critico ed il senso estetico. E' probabile che il percorso creativo segua la sequenza delle fasi di Munn, dato che ogni pensiero creativo ,che "viaggia" tra il mondo soggettivo degli stati mentali dell'artista ed il mondo delle conoscenza interiorizzate e fatte proprie, cioè tra il Talento Individuale e la Tradizione(per dirla alla Eliot), è sempre soggetto a tentativi ed errori, a modifiche e rielaborazioni. Ma se questo può spiegare l'hardware della creatività artistica non è sufficiente invece ad illuminarci sull'ispirazione poetica, che è inscindibile alla personalità dell'artista, vera fonte sorgiva dalla quale attinge per esprimersi. Proprio lo scrittore Alberto Moravia con le sue osservazioni al riguardo ci indica la strada maestra da seguire, dichiarando che "lo scrivere, come anche il dipingere, implichino, per dirila in termini freudiani, l'eliminazione automatica dell'io e naturalmente anche del super-io, mentre l'es è in condizione di esprimersi direttamente".
Per quanto questa visione possa apparire a tratti schematica ci conferma -tramite l'autoanalisi del proprio proocesso creativo- che il letterato staglia sulla pagina bianca in forma di segni e simboli i moti delle proprie pulsioni, essendo sempre in attesa di una frase o di un'immagine inaspettata, cioè di quella che Lacan chiama sorpresa, che giunge inavvertitamente dal Discorso dell'Altro.

Se ci si interroga su quale stato mentale abbia coniato un'espressione riuscita, una serie inusuale e pregevole di accostamenti di vocaboli, si apre un vasto ventaglio di teorie, tutte più o meno plausibili: Freud scava nella biografia dei letterati e degli artisti e cerca di psicoanalizzare la letteratura, la Klein propone la rielaborazione del lutto, altri meno noti teorizzano uno stato di tensione produttiva. Secondo la Klein l'artista crea, perchè avverte il senso d'angoscia di una separazione(reale o fittizia), vissuta come una perdita di sè e/o dell'altro. Nel discorso amoroso R.Barthes ci ricorda che "c'è sempre una persona a cui ci si rivolge, anche se questa persona è solo allo stato di fantasma". Perciò l'assenza della donna amata fornisce spesso l'ispirazione di molti canzonieri d'amore. Gli Xenia ed i Mottetti di Montale possono allora essere considerati una sorta di surrogato dell'oggetto transizionale- per dirla alla Winnicott- perchè consentono al poeta di riappropriarsi di una immagine a lui cara, pur vivendo al contempo in modo cosciente la perdita terrena della "Mosca". Per quanto riguarda la critica biografica(nata con Freud) Eliot nel suo saggio "Le frontiere della critica" fa delle considerazioni interessanti a proposito. Per il poeta della Terra desolata la critica biografica incorre il rischio di rivelare una curiosità morbosa su aspetti probabilmente irrilevanti, sopratutto di basarsi su indiscrezioni della vita sessuale dei letterati o dei pittori.

LE CARATTERISTICHE DEL MITO:
Il simbolo risente sopratutto degli usi e dei costumi sociali, il mito invece necessita dell'inconscio collettivo. Il mito possiede a differenza del simbolo una dimensione narrativa. Tuttavia ogni mito è a sua volta costituito da una rete di simboli. Usando un linguaggio specialistico il mito potrebbe essere definito come un inter-codice a livello semantico, che può avere significati plurimi in diversi ambiti(cosmico, sociale, astrologico, zoologico). Inoltre non ci può essere mito senza archetipo, ossia senza che il mito contenga una regola ancenstrale che viene fissata nella memoria sia degli individui che della collettività. Ad esempio l'archetipo dei due ruoli prevalenti della donna nella società greca è dato dal mito di Afrodite, protettrice sia dei fidanzati, sia delle prostitute. Questo mito ci indica la scissione ancestrale, l'antica suddivisione dell'Anima nell'uomo, creata dalla convinzione millenaria(oggi spodestata) che gli uomini avessero una maggiore impellenza di soddisfare i propri impulsi sessuali rispetto alle donne(ecco perchè Afrodite è protettrice delle vestali, cioè delle prostitute) ed allo stesso tempo avessero bisogno di una donna fedele a loro fianco, che curasse i figli. I miti di Icaro e Fetonte invece contengono l'archetipo dell'inconscienza giovanile. Icaro, figlio di Dedalo, si trovò rinchiuso nel labirinto ed uscì grazie alle ali fabbricate dal padre. Nonostante le raccomandazioni del padre di non avvicinarsi troppo al sole, l'inconsciente Icaro si innalzò lo stesso talmente in alto che la cera incollata alle sue spalle per sorreggere le ali si squagliò. Fetonte invece, figlio del sole, per dimostrare agli amici le sue qualità chiese al padre il suo cocchio per guidarlo e dare prova di destrezza. Non avendo però la forza necessaria per tenere la briglia, rischiò di incendiare le foreste e distruggere le stelle, perciò Zeus decise di punirlo folgorandolo. Il mito inoltre viene creato da quello che Levi Strauss definisce "pensiero selvaggio", che non distingue "il momento dell'osservazione da quello dell'interpretazione". Prendiamo ad esempio il mito eliotiano del "Giardino delle rose" dei Quattro Quartetti(ad esempio nel primo, Burnt Norton). Ebbene questo giardino dell'infanzia, è il sacrario dei rimpianti, l'eterno ricettacolo di sospiri su ciò che poteva essere e non è mai stato("lungo il corridoio che non prendemmo/verso la porta che non aprimmo mai). Ma era veramente così quel giardino, oppure l'infedeltà della memoria, il colore enfatico del ricordo lo ha rinverdito e migliorato ? Può darsi anche che il materiale mnestico sia stato rielaborato e riplasmato dall'immaginazione, perchè -se continuiamo a leggere quel passo eliotiano- "le rose/avevano l'aspetto di fiori che sono guardati" e lo stesso Eliot ha riconosciuto l'autoinganno, ha acquisito quindi la consapevolezza del carattere illusorio del suo mito personale. Ma nonostante ciò Eliot riconosce la necessità di crearsi un proprio mito, infatti si chiede "altri echi/abitano il giardino? Li seguiremo?".

IL SIMBOLO IN POESIA :

P.P.Pasolini in un'intervista dichiarò che scrisse i suoi primi versi parlando di "usignolo" e "verzura", ammettendo che all'età di 8 anni in cui li scrisse non sapeva ancora distinguere un usignolo da una rondine, così come un pioppo da un olmo. Pasolini poi continuava domandandosi allora dove avesse imparato "il codice classistico dell'elezione e della selezione linguistica" , detto in termini più moderni dove avesse imparato ad alfabetizzare i simboli. Tramite l'ausilio dell'estetica moderna possiamo definire il simbolo come un "segno-immagine", scaturito dal lavorio del preconscio, dopo che la psiche individuale si è posta di fronte ad un oggetto ed ha individuato inconsapevolmente un'interrelazione tra l'interiorità e l'essenza dell'oggetto. Prima quindi nascerebbe l'emblema(ovvero il simbolo che ha valore solo per l'individuo) e successivamente l'emblema verrebbe trasformato in simbolo(ovvero acquisirebbe un significato universale). Ma al di là di questa distinzione tra emblema e simbolo tutta questa attività cognitiva dipenderebbe da risonanze interne, da "corrispondenze". Kandisky scrisse in un articolo a riguardo, che l'opera d'arte consiste di due elementi: uno interno ed uno esterno. L'interno è l'emozione dell'artista; l'esterno, ovvero "il sentito" è il tramite tra il mondo esterno e l'interiorità dell'artista. Secondo Kandisky la sequenza è la seguente:

emozione dell'artista>>>>sentito>>>opera d'arte>>>>sentito>>>emozione del lettore

Un'opera d'arte così è tanto più riuscita quanto più il creatore riesce a comunicare il proprio sentito al lettore.

Secondo la semiologia di C.S.Pierce il simbolo è un significante, che è collegato alla cosa raffigurata tramite regole costanti. Il segno dipende perciò dal significato dell'oggetto, attribuito dalla comunità. I simboli più noti e comuni, come il focolare che indica la famiglia, la colomba la pace, la bilancia la giustizia, la croce il cristianesimo, l'acqua la purezza, etc etc....evocano il secondo termine(l'oggetto) in modo molto immediato a livello immaginativo: la distanza tra i due termini è minima, dato che gran parte di questa simbologia originariamente nasce da sineddochi, metonimie e deduzioni ovvie. Il divario tra segno ed immagine cresce a dismisura in letteratura( ad esempio in Dante). Dante spesso crea simboli ed allegorie, traendo spunto da una paleo-semiologia, cioè da un corpus di simboli e miti sia cristiani che greci e romani. A corroborare questo esempio basta ricordare il saggio "Miti di oggi" di R.Barthes ed anche Sanguinetti in "Poesia e mitologia". Tra il significante di primo grado ed il Segno mitico si innesca il codice arbitrario dell'artista. L'arbitrarietà -non va scordato- nasce anche dal fatto che il simbolo ha un'essenza bipolare, secondo Freud, e cioè ha sia una valenza religiosa che sessuale.

 

Tratto da Qui

Arte Terapia

 Introduzione

Definizione ufficiale  aprile 2004 World Fed.of Occ. Therapists: 

 La Terapia Occupazionale (T.O.) promuove la salute e il benessere attraverso l'occupazione. L'ArteTerapia è un trattamento psicologico che compare nella seconda metà del XX secolo a seguito delle sperimentazioni di psicoterapia dinamica derivate dalla Psicoanalisi anche se in alcuni campi, quali la musicoterapia e il teatroterapia, vanta origini più antiche. Si conoscono infatti vere e proprie pratiche di musicoterapia passiva (somministrazione di brani musicali con scopo ansiolitico) nei Manicomi arabi già dal 800 d.c. .
Con Pinel la terapia morale comincia proprio come pratica teatrale nei Manicomi europei.Le origini risalgono alla fine del 1700, quando lo psichiatra Philippe Pinel introdusse nel manicomio di Bicêtre, il trattamento basato sul lavoro. Egli sostenne che il lavoro manuale eseguito in modo rigoroso, rappresenta il metodo migliore per migliorare il morale e la disciplina.Vari manicomi ed ospedali in America, Inghilterra e Germania adattarono il concetto di Pinel ed immisero lavori di tessitura, filatura e d’artigianato nel processo di riabilitazione. La terapia occupazionale trova le sue radici proprio su questo presupposto: l’essere attivi, il “fare” ed il “lavorare”, ha per sé un effetto curativo.Ma è dal 1950 che si conferma come terapia individuale per poi espandersi sempre di più al gruppo e sempre di più in contesti rigorosi di espressione non verbale".

 

 

Vedi, ad esempio,fonti wikipedia e.psychomedia.

 

 La nostra vita è costituita da gesti, banali o importanti, con gli oggetti oppure senza di essi, con o senza altre persone. Noi ci muoviamo in maniera così automatica da non comprenderne l'importanza se non nel momento in cui le nostre azioni, i nostri gesti, vengono in qualche modo limitati, interrotti e poco importa che sia a causa di un dito tagliato, di una paralisi, della vecchiaia, oppure dalla mancata o persa volontà di agire.

In ogni età la vita dell'uomo è infatti caratterizzata da una serie di attività: il "FARE" è indispensabile perché influenza ed arricchisce la crescita biologica, psicologica e sociale. La terapia occupazionale trova le sue radici proprio in questi presupposti ponendosi come un processo che rende nuovamente possibile l'equilibrio "individuo - attività "intaccato dall'evento patologico aiutando il soggetto ad adattarsi alla richiesta dell'ambiente sociale, personale e domestico, ad acquisire la padronanza dei vari compiti vitali, aumentare la stima di sé, partecipando così alla vita nel modo più significativo possibile.

 

Chi sono i terapisti occupazionali?

L'Associazione Caffè dell'Arte (vedi link) è un progetto nato per volere di Nora Kaufman  e incentrato nell'ottica della terapia occupazionale.

 

Riportiamo, a tal proposito ,alcune parti di  un Seminario di Nora Kaufman sulla sua professione:

 

Purtroppo il nome della nostra professione può trarre in inganno e si può pensare che abbia a che vedere strettamente con l'occupazione lavorativa.
Ed invece ha a che vedere "solo"con l'occupazione della persona  in generale, cioè col suo FARE.

Parola magica per noi , ma come ben potete capire , di vastissime applicazioni.

I nostri denigratori dicono di noi: voi siete i terapisti dalla culla alla tomba!!!
E in effetti: ci occupiamo di pediatria ,geriatria, oncologia, neurologia, psichiatria e in generale dove una persona, ma anche un' istituzione, debba agire per modificare o migliorare il proprio fare a seguito di problemi , traumi o altro.
"Ma quali sono, in concreto, le caratteristiche professionali del terapista occupazionale?" Poco conosciuta in Italia, la terapia occupazionale è una professione che esiste nel resto del mondo da più di ottant’anni.
In Italia ,solo nel 1997, il profilo del terapista occupazionale è stato riconosciuto come professione, grazie soprattutto alla determinazione dell’Associazione Italiana dei Terapisti Occupazionali (AITO)che ha impiegato 20 anni per raggiungere questo traguardo: prima di allora era considerata solo come una parte della fisioterapia."(I..Johnson)

"Le Università sono le uniche sedi formative per l'acquisizione del titolo di studio abilitante all'esercizio della professione di T.O. Gli ordinamenti didattici prevedono attraverso un corso di studio triennale di almeno 4600 ore, lo studio delle scienze cliniche di base, come l'anatomia, la fisiologia, la psicologia, così come la patologia e la terapia delle malattie fisiche e mentali; lo studio delle teorie le applicazioni della T.O.;  inoltre nel corso di Diploma Universitario è incluso il tirocinio con esperienze in geriatria, neurologia, neuropsichiatria infantile, oncologia, ortopedia, psichiatria, traumatologia. 

Dopo questo primo livello formativo potrà far seguito una formazione Post-base, finalizzata all'acquisizione ed all'approfondimento di specifici settori professionali."(fonte: AITO ).
 Per quanto riguarda la mia visione e applicazione della professione ho molto usato alcune categorie della T.O , mentre ne ho esteso altre.
Cardine fondamentale è l'analisi dei bisogni della persona da cui scaturisce il programma riabilitativo.
Qual'è dunque molto spesso il quadro che si presenta raccogliendo l'anamnesi di un giovane con diagnosi di D.B.?
A nostro avviso la parte più lesa è quella che si chiama immagine di sè.
Il disturbo , più il trattamento , più le relazioni  intaccano a nostro giudizio, gravemente ,la valutazione e quindi le risorse dalla persona.
E dunque progetto riabilitativo: contribuire in vari momenti a far sì che venga lentamente riconquistata un'immagine non oso dire positiva , ma migliore.
Questo trascina con sè un miglioramento della qualità di vita.
Ecco dunque l'unico obiettivo verso il quale tendiamo: un miglioramento della qualità di vita. Ad es.L'ambiente deve essere molto accogliente, il materiale cartaceo bello da vedere , usare SEMPRE il lei ,offrire sempre qualcosa all'arrivo , chiedere il permesso di prendere note , ammettere ai colloqui chiunque desideri essere presente purchè sia d'accordo la persona sofferente ecc.ecc.ecc.ecc.....
Significa prendere in carico la persona con la sua sofferenza che significa rispetto , MA nei fatti. Questo è un inizio di rapporto terapeutico.
Per raggiungere questo (che mi rendo conto può apparire solo fumo o aria fritta) si usano vari mezzi.
Sono molto meno d'accordo con colleghi che usano in questo campo delle sedute classiche due volte alla settimana. Non ritengo che questa sia la risposta ai bisogni di chi ha il D.B.

  

Arte terapia-Parti di un Seminario di Anna Maria Meoni (vedi link introduzione: psychomedia):

Se è vero che la comunicazione è non verbale, è anche vero che il mezzo di comunicazione non verbale è disciplinarmente diverso e richiede una specifica formazione artistica per essere sia letto, cosi come facilitato in senso propedeutico. Ed allora il Terapista deve essere uno Psicoterapeuta formato in una disciplina artistica, o un professionista d'arte formato come Psicoterapeuta ?
In realtà il problema si risolve con una cooterapia, dove il professionista d'arte è coterapeuta e svolge un ruolo di facilitazione dell'espressione non verbale.
Fermo restando quindi che occorre sempre distinguere se un proposta d'Arte Terapia è invero proposta occupazionale o proposta psicoterapica integrata o semplicemente un trattamento a sé è indubbio che, in senso autentico, l'Arte Terapia non produce Arte, ma trae un valore terapeutico dalla messa in atto di un processo creativo che consente di sperimentare una strutturazione delle funzioni dell'IO attraverso una regressione caotica che ripropone il caos pre creativo.
Nel prodotto si ricompongono le parti scisse e si va ad indurre un cambiamento, anche se non consapevole, nel senso di una migliore integrazione del Self che può corrispondere al miglioramento sintomatologico.
Poiché la sperimentazione del caos creativo è fenomeno naturale lo sviluppo di un trattamento d'Arte Terapia appare più rapido e meno artificioso di un trattamento psicoterapico dinamico. D'altra parte d'ogni donde gli psicoanalisti non hanno mai cessato di indagare nei propri setting di comunicazione verbale quest'aspetto sfuggente ed affascinante del processo mentale creativo che talvolta, anche se non sempre, produce Arte.

 

 

 

                                                                                                         20 Gennaio 2010